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Basento

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Io ti parlo,
e tu mi parli.
È solo per dirci
il giorno,
interminabili parole lente,
ricordi antichi di fango;
tra noi due, lo sai
sei tu quella corrente
che soffia via il tempo
dalle nostre mani stanche:
ogni sera
torniamo al mare.

Io ti parlo,
e tu mi parli.
Soltanto per dirci,
forse,
parole e sogni, idee
che non ricordiamo mai.
Dialoghi muti, i nostri,
di persone straniere
che urlano da mondi diversi.
Ma dio,
quant’è bello
parlarci.

Foce del fiume Basento,
Agosto 2019

Il mondo nuovo

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Centinaia di cuori sepolti su lucide seggiole di plastica rossa curvata, nascosti dentro involucri stanchi, di pelle e di sogni mai nati.
Migliaia di occhi che rotolano, su schermi sporchi insozzati da dita tozze e sudate, rotolano fino a cadere nel burrone nero e profondo della paura.
Di guardare, di incrociarsi, di conoscersi.
Senza rumore.
A parte quei suoni goffi digitali di chi ci manda sorrisi di plastica che mimano espressioni e ci fanno sentire amati, in qualche modo.
Sono i piatti coperti sulle nostre tavole senza tovaglie, l’idea che qualcuno ci aspetti a casa per stringerci delle braccia avide al collo.
Eppure viviamo nei monolocali, non abbiamo tavole, mangiamo con i piatti sulle gambe e i computer accesi, mangiamo storie inventate, bellissime storie nate dalla penna di altri, sogniamo follie, sogniamo la Polinesia in barca a vela e le arrampicate sull’Everest, compriamo chili e chili di attrezzature per fare cose, eppure rimangono lì sepolte, tra i cartoni puzzolenti di Amazon e le nostre paure. Siamo schiavi dei sogni che avevamo, siamo schiavi dei sogni che avremo e siamo schiavi dei sogni di oggi, quando oggi è già passato e domani avremo la nuova app che ci aiuterà a realizzarli.
Pubblichiamo storie, senza sosta.
Come se avessimo un mondo da raccontare e una platea infinita di gente pagante pronta a regalarci una reazione. Una reazione, sotto forma di un sorriso, un pianto, un cuore.
Ho sempre pensato che l’uomo sia un essere semplice, un meccanismo estremamente primordiale e bestiale, e inizio a pensare che secoli e millenni di filosofia e teatro, di letteratura, poesia, arte, scienza e fantascienza, alla fine siano stati solo, una grande e dolorosa confusione inutile e digressioni asteriscate sul fondo di una pagina ingiallita che nessuno mai leggerà.
Alzo la testa, mi sento solo.
Ho quasi paura di guardare la gente in volto perchè mi sento osservato e incolpato di una qualche strana mania o di star per progettare un qualche attentato alla chiesa della madonna di Picciano.
Riprendo il telefono e continuo a scrivere.

The sense of time

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Ancora quattro passi, e lì dietro c’è il mare. Ma devi fare in fretta.
Lo senti, il rumore che fa il tempo, quando sbatte sulla terra e avanza e ritorna, e strappa via briciole e granelli di sabbia.
Sembra solo un sibilo, da lontano, una nenia delicata: il canto di una sirena.
Un grido roco ed una sinfonia disperata, da vicino. È’ così facile finire sugli scogli, che non te ne accorgi neanche.
Ho preso la bici, oggi, quella con la ruota di dietro sgonfia e malandata. Ho cercato di fare più in fretta che potevo, giuro. C’è un foglio in un cassetto nella stanza chiusa in fondo al corridoio; mi dissero che un giorno, anzi una sera, una di quelle sere profumate d’estate, una sera di quelle umide che gli abiti si incollano sulla pelle, avremmo cenato tutti insieme seduti al tavolo lungo, nel giardino dietro la casa.
Ce ne sarebbero voluti, di posti, per quella sera.
Chissà se quel tavolo sarebbe bastato.
E non so per quale motivo, avremmo cucinato qualcosa che non abbiamo mai mangiato, qualcosa che non ci appartiene. Chissà, se ci saremmo messi a ridere. E magari alla fine, avremmo tirato fuori dal frigo i peperoni fritti del pranzo.
Poso la bici al bordo della strada. Le mie ciabatte cadono a pezzi.
Mi volto, stanno costruendo nuove case vicino alla spiaggia. Un uomo sulla cinquantina strappa via un cartello di plastica rossa appeso ad un cancello.
Lo saluto, ha un falso accento del Nord.
Gli vorrei chiedere se dietro quella casa c’è ancora un canestro, senza la rete.
E magari se appeso alla parete c’è un portachiavi arrugginito a forma di salvagente. Troppo tardi, è già rientrato.
Penso che l’amore è più veloce del tempo, mentre ritorno. E che il senso della vita stessa e di tutte le cose, è dietro quelle pareti e quei quattro muri sgretolati.
È negli occhi delle persone che ci stanno accanto. È nei baci, è nelle carezze, è nei ricordi.
È in un piccolo portachiavi a forma di salvagente, tutto quello che è rimasto della nostra barca.
Alzo le gambe, prendo una discesa e faccio il cretino, non c’è nessuno per la strada per fortuna.
Pedalo più forte.
Del sole è rimasta solo una piccola gobba, china sulla campagna in lontananza.
Dovrei arrivare prima di cena.
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