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Domenica

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Le domeniche di vento
a Settembre
soffiano via dal cielo il sole
o almeno quel che rimane,
tra quei grumi
di nuvole e domande
sono macchie sulla pelle di sale.
Sei solo, tra le strade
strette bruciate
all’ora del pranzo
mentre dalle finestre
l’odore di sugo
e delle stesse parole
è la nenia straniera
che non riesci a capire.
Ti sfiora il volto, veloce
e passa
il senso, di un circolare
eterno viaggiare:
ti rende l’esule
tra le sue stesse case.

Io ti parlo
mentre tu mi parli.
All’ora in cui ormai
tutto il mondo riposa;
e noi siamo ancora
qui fuori
seduti per terra
schiena su schiena
a raccontarci
l’uno sull’altro,
di quando finalmente
potremo partire:
partire solo
per poi ritornare.

The sense of time

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Ancora quattro passi, e lì dietro c’è il mare. Ma devi fare in fretta.
Lo senti, il rumore che fa il tempo, quando sbatte sulla terra e avanza e ritorna, e strappa via briciole e granelli di sabbia.
Sembra solo un sibilo, da lontano, una nenia delicata: il canto di una sirena.
Un grido roco ed una sinfonia disperata, da vicino. È’ così facile finire sugli scogli, che non te ne accorgi neanche.
Ho preso la bici, oggi, quella con la ruota di dietro sgonfia e malandata. Ho cercato di fare più in fretta che potevo, giuro. C’è un foglio in un cassetto nella stanza chiusa in fondo al corridoio; mi dissero che un giorno, anzi una sera, una di quelle sere profumate d’estate, una sera di quelle umide che gli abiti si incollano sulla pelle, avremmo cenato tutti insieme seduti al tavolo lungo, nel giardino dietro la casa.
Ce ne sarebbero voluti, di posti, per quella sera.
Chissà se quel tavolo sarebbe bastato.
E non so per quale motivo, avremmo cucinato qualcosa che non abbiamo mai mangiato, qualcosa che non ci appartiene. Chissà, se ci saremmo messi a ridere. E magari alla fine, avremmo tirato fuori dal frigo i peperoni fritti del pranzo.
Poso la bici al bordo della strada. Le mie ciabatte cadono a pezzi.
Mi volto, stanno costruendo nuove case vicino alla spiaggia. Un uomo sulla cinquantina strappa via un cartello di plastica rossa appeso ad un cancello.
Lo saluto, ha un falso accento del Nord.
Gli vorrei chiedere se dietro quella casa c’è ancora un canestro, senza la rete.
E magari se appeso alla parete c’è un portachiavi arrugginito a forma di salvagente. Troppo tardi, è già rientrato.
Penso che l’amore è più veloce del tempo, mentre ritorno. E che il senso della vita stessa e di tutte le cose, è dietro quelle pareti e quei quattro muri sgretolati.
È negli occhi delle persone che ci stanno accanto. È nei baci, è nelle carezze, è nei ricordi.
È in un piccolo portachiavi a forma di salvagente, tutto quello che è rimasto della nostra barca.
Alzo le gambe, prendo una discesa e faccio il cretino, non c’è nessuno per la strada per fortuna.
Pedalo più forte.
Del sole è rimasta solo una piccola gobba, china sulla campagna in lontananza.
Dovrei arrivare prima di cena.
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